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28 September 2011 @ 10:53 pm
Fan Fiction - Harvey/Mike ("Bad Day" - Capitolo 1)  
Titolo: Bad Day
Fandom: “Suits”
Conteggio parole: 2585
Stagione: Prima stagione
Rating: R per il momento
Personaggi: Mike, Harvey, Donna, Louis, Jessica, Rachel, Jenny, Trevor, Nonna Ross, Kyle, Ray, Harold. E con la partecipazione straordinaria di Balthazar da “Supernatural”
Pairing: Harvey/Mike (relazione stabilita) e Balthazar/Donna, accenni a Mike/Jenny, Mike/Rachel e Trevor/Mike
Warning: slash
Disclaimer: I personaggi – ahimé – non mi appartengono.
Note: Scritta per bingo_italia (Strada deserta)
È vero, provo un piacere perverso nel far male a Mike: saranno gli occhi da cucciolo, non so, però giuro che finirà tutto bene.
Per quando riguarda Balthazar, si trova qui in un ruolo diverso rispetto a “Supernatural”, ma mi piaceva vederlo in questo ambito. Quindi l'ho resuscitato e l'ho messo qui: se Kripke può farlo, perché io no? :P
Si ringraziano i REM per aver fornito – a loro insaputa – il titolo.
Riassunto: Mike ha fatto uno sbaglio e tutti ce l'hanno con lui e lo trattano male. E se quelli fossero gli ultimi momenti che passano col ragazzo?



Stavolta Mike l'aveva fatta grossa. Non solo aveva perso in tribunale, con un caso così semplice – una presunta frode finanziaria – che anche sua nonna avrebbe potuto vincere, ma aveva fatto anche perdere il cliente allo studio. E non un cliente qualsiasi, no. Niente meno che Clinton Harris, magnate della finanza, un uomo che fatturava dieci milioni di dollari al mese, per non parlare di tutti quelli che riciclava alle Isole Cayman (perché un vero uomo d'affari non era mai davvero pulito).
Mike era finito, un avvocato destinato al fallimento dopo un esordio di successo (almeno per uno che la laurea non l'aveva neanche ottenuta). Non era un gioco o un processo finto in cui poteva permettersi di perdere. Lo sguardo che Harvey gli aveva rivolto, quando si era voltato verso di lui dopo la sentenza, non era deluso come quel giorno, quando aveva ceduto la vittoria a Kyle. Era furioso. C'era una rabbia che il ragazzo non vi aveva mai visto e Mike non ebbe il coraggio di andargli incontro.
Lasciò che se ne andasse in macchina con Ray e si limitò a prendere un taxi e a tornare al suo appartamento. Non avrebbe dormito con Harvey quella notte, nel suo lussuoso attico, temeva di non essere benvoluto. Anzi, era più una sicurezza che un timore. Mentre si preparava un bicchiere di latte caldo prima di andare a dormire, pensò che questa era la prima volta, da quando lui e Harvey avevano cominciato a fare coppia anche nella vita, che stavano separati.
Un nodo gli serrò la gola e per l'ennesima volta prese in mano il cellulare. Niente, né un sms né una chiamata da parte del suo boss. Aveva combinato un vero casino.
Come aveva fatto ad essere così stupido? “Ingenuo” lo avrebbe definito Jessica e sicuramente non avrebbe avuto torto. Non aveva tenuto in considerazione l'accusa, convinto com'era che il caso fosse già vinto in partenza, come tutti gli dicevano. In fondo era per questo che glielo avevano affidato, no? Perché nessuno poteva sbagliare, nemmeno lui.
Mike sbuffò, spegnendo il fuoco prima che il latte uscisse fuori dal pentolino. In fondo non doveva essere lusingato di essere stato scelto perché talmente inetto da non poter perdere un caso così semplice. Un caso che lui aveva perso perché non aveva scavato a fondo nella vicenda, non aveva pensato che l'accusa potesse trovare un testimone a sorpresa, pronto ad incastrare il suo assistito.
Che forse meritava anche di perdere, ma non era quello il punto. Il punto era che Clinton Harris era talmente arrabbiato che aveva deciso di lasciare la Pearson Hardman, portandosi dietro i suoi soldi riciclati e gettando altro disonore sullo studio legale. E tutto per colpa di un ragazzo ingenuo e sensibile che voleva giocare a qualcosa di più grande di lui.
Tutti ce l'avevano con Mike, ma al ragazzo interessava solo di Harvey. Del suo capo, del suo amante, dell'uomo col quale faceva coppia ormai da mesi. Ma erano poi una coppia? Mike se lo era chiesto spesso: in fondo Harvey non era tipo da smancerie o da regali romantici, non c'era stato nessun “Ti amo” tra di loro. Però Mike lo aveva visto cambiare pian piano, piccoli segni che lo avevano fatto sorridere di felicità, come una rosa sul cuscino o un bacio dato in pubblico, senza timore di essere visti. Chissà dove sarebbero arrivati se Mike non avesse fatto quella cazzata.
“Non è colpa mia” mormorò, fissando il liquido bianco che si andava lentamente raffreddando. Giustificazioni, erano solo quelle che riusciva a trovare per togliersi un po' di colpa da dosso: Harvey e Louis lo avevano subissato di lavoro extra, tanto il caso di Harris era già praticamente vinto, e lui non ci si era potuto dedicare più di tanto tempo. E poi Trevor era tornato nella sua vita e Jenny voleva sapere come mai lui non la chiamava più (non aveva ancora avuto il coraggio di dirle di Harvey) e...
Ma chi voleva prendere in giro? Era solo colpa sua e ora tutti ce l'avevano con lui.
Sospirando Mike prese il suo bicchiere di latte e si avviò verso la camera da letto. Magari se dormiva abbastanza a lungo – un anno, forse – si sarebbe svegliato e avrebbe scoperto che ognuno aveva dimenticato quello che era successo. Un pensiero assurdo, ma in quel momento l'unico cui Mike si poteva attaccare.

******

Il giorno dopo, però, tutti ricordavano perfettamente e, per sfortuna di Mike, erano pronti a fargli sapere quanto deludente fosse stato.
La prima persona che incontrò fu Rachel; la ragazza con lui aveva il dente avvelenato da quando l'aveva scaricata (anche se non era il termine esatto, visto che lui ci aveva provato, ma lei si era comportata come se ce l'avesse avuta d'oro) e non perse tempo per sfoggiare un sorriso ironico mentre Mike le passava accanto, diretto alla sua scrivania.
“Vedo che aiutare gli altri con l'esame non ti ha fatto diventare più intelligente, ragazzino!” esclamò con una risatina acida.
Mike si fermò e si voltò a fissarla, cercando nella mente qualche risposta abbastanza sarcastica per tenerle testa, ma nel suo cervello sembrava albergare il vuoto cosmico. Tutto quello che voleva fare era gettarsi ai piedi di Harvey e chiedergli scusa finché gli fosse rimasto un po' di fiato in gola.
Scosse la testa e riprese la sua strada, mentre Rachel faceva una smorfia delusa davanti a quella remissività che non le permetteva di infierire ulteriormente. “Ah, dimenticavo. Jessica vuole vederti” aggiunse, andandosene.
Mike si fermò ancora, gelato. Sapeva che quel momento sarebbe arrivato, però ingenuamente aveva sperato che la donna lo odiasse al punto da non volerlo più vedere nella sua vita.
Era ingenuo, appunto.
Prese un profondo respiro e si avviò verso l'ufficio del capo supremo, ignorando le risatine dei colleghi.
“Ah, signor Ross. La stavo aspettando” disse Jessica, alzando lo sguardo su di lui. “Prego, si accomodi.”
Mike obbedì in silenzio, prendendo posto sulla poltrona davanti alla scrivania. “Signora Pearson, io...” tentò di dire, ma la donna lo zittì con un cenno della mano.
“Ingenuo e tenero” mormorò Jessica, lasciandosi andare contro lo schienale della sedia e fissando i suoi occhi scuri in quelli azzurri del ragazzo. “Se lo ricorda? Glielo dissi un po' di tempo fa, in occasione del finto processo. Sa, avevo sperato che quell'esperienza l'avesse fatta maturare, ma mi sbagliavo. Ieri è stato ingenuo, tenero e stupido.”
Quell'offesa fece sobbalzare Mike che però non interruppe il contatto visivo, malgrado sentisse le sue guance imporporarsi per l'imbarazzo.
“Lei non solo non è adatto a far parte di questo studio legale. Non è proprio capace di fare l'avvocato” continuò la donna, spezzando l'autostima di Mike – ammesso che il ragazzo ne avesse ancora un po' – sotto le sue scarpe col tacco. “Certo, è bravo nei compiti a casa che Louis e Harvey le danno, ma totalmente incapace di gestire un processo in tribunale. Quindi questo, signor Ross, è un ultimatum: o cambia atteggiamento o lei è fuori dallo studio, qualsiasi cosa Harvey possa dire al riguardo. Sono stata chiara?”
Era probabilmente una domanda retorica, ma Mike annuì lo stesso, prima di alzarsi e lasciare l'ufficio, tentando di nascondere gli occhi lucidi.
Arrivò finalmente al suo cubicolo e si lasciò andare sulla sedia come un naufrago su una zattera in mezzo al mare. E mai paragone fu più azzeccato, vista la tempesta che ancora incombeva e che stava per abbattersi su Mike.
Gli venne lasciata almeno qualche ora per riprendere fiato, prima che Kyle Durant si facesse avanti. Mike era intento a leggere alcuni documenti che Louis aveva lasciato sulla sua scrivania quando l'altro associato lasciò cadere davanti a lui un libro. Il ragazzo non se lo aspettava e balzò letteralmente in piedi, fissando lo sguardo sul volto divertito del collega.
“Pensavo che avessi bisogno di qualche ripasso, Ross” ridacchiò Kyle. “Sai, per evitare di far fare un'altra brutta figura allo studio la prossima volta che entri in un tribunale.”
Mike abbassò lo sguardo, trovandosi a fissare la copertina del manuale di legge per principianti.
“Molto divertente” sibilò, alzando lo sguardo su Kyle che rise ancora più forte.
“Dio, il ragazzino mi vuole fare paura! E pensare che ieri in aula balbettava come un bambino! M-mi s-scusi, V-vostro O-onore!” esclamò facendogli il verso.
Il ragazzo stava per scattare in avanti, quando – come una ciliegina sulla torta – Louis apparve dal nulla.
“Cosa succede qui?” chiese, fissando prima Kyle poi Mike.
“Niente, stavamo solo dando dei consigli a Mike per non fargli fare altre brutte figure” rispose il suo protetto.
Louis non staccò gli occhi dall'associato di Harvey, mentre un sorriso maligno gli si dipingeva sulle labbra. “Consigli? Con lui ci vorrebbe un miracolo” disse, allungando la mano per prendere la cartella di documenti che giaceva ancora aperta sulla scrivania di Mike. “D'ora in poi non voglio che tu segua qualcuno dei miei casi; un idiota come te sarebbe capace di far scagionare anche Charles Manson per insufficienza di prove” aggiunse con cattiveria, dando il tutto a Kyle che se ne andò gongolando. “E ora, tutti al lavoro!”
Mike si lasciò cadere sulla sedia con gli occhi sbarrati sul nulla. Non era una gran perdita non lavorare più per Louis, però era un'altra prova della sua inettitudine. Si chiese cosa stava facendo lì e si rispose che l'unica ragione era Harvey. Il suo capo, il suo amico, il suo amante. L'uomo che non si faceva sentire da ieri sera e che ancora non aveva visto.
A fatica si alzò in piedi e si avviò verso il suo ufficio; aveva bisogno di lui, di sapere che almeno lui non lo odiava. Ma Donna lo fermò prima che potesse arrivare alla porta.
“Non vuole vederti.”
Mike si fermò sul posto, sentendo le sue gambe prossime a cedere.
“C-cosa?” chiese, voltandosi verso la segretaria. Odiava balbettare, gli ricordava quello che Kyle aveva detto poco prima.
“Mi ha ordinato di non farti entrare nel suo studio” rispose Donna, lanciando un'occhiata gelida al ragazzo. “E mi dispiace dirti che ha ragione: hai fatto una cazzata e sarà Harvey ad andarci di mezzo. Mike, lui ha scommesso tutto per te e tu lo ripaghi comportandoti come un inetto. A volte penso che non avrebbe mai dovuto assumerti.”
Stavolta le lacrime premettero così forte per uscire che Mike riuscì a nasconderle solo scappando a tutta velocità per rifugiarsi in bagno. Si chiuse dentro e si premette con forza la mano contro la bocca, celando ogni singhiozzo per non farsi sentire. Non voleva altra cattiveria per quel giorno.
Lasciò che il dolore lentamente scivolasse via insieme alle lacrime e si abbandonò contro il pavimento freddo della toilette, ad occhi chiusi; in fondo era solo Harvey l'unica persona che veramente gli stava a cuore ed era a lui che doveva chiedere perdono. Donna aveva ragione, ma sapeva che Harvey lo amava, glielo aveva dimostrato in modi ambigui e misteriosi, ma lui lo sapeva. Lo sentiva.
Tornò alla sua scrivania e fece finta di lavorare per tutto il resto del tempo, stando sempre attento al corridoio da cui sarebbe dovuto passare il suo boss. Il suo piano era semplice: avrebbe rincorso Harvey ed avrebbe parlato con lui, si sarebbe scusato, si sarebbero chiariti e avrebbero fatto pace. Perché Harvey era arrabbiato ma lo amava ancora, ne era certo.
Attese per ore mentre lo studio si svuotava, fino alle dieci quando vide un'ombra scura passare a tutta velocità. Mike fu un fulmine a prendere la sua borsa e a corrergli dietro, però quando arrivò agli ascensori, scoprì che Harvey era già sceso. In tutta fretta prese quello accanto e pregò come mai prima d'ora per poterlo raggiungere in tempo.
Quando arrivò al piano terra, si precipitò fuori e rincorse il suo capo col cuore in gola.
“HARVEY!” gridò, ma l'uomo non accennava a rallentare il passo.
“HARVEY!” continuò ad urlare lungo le scale. Niente, l'uomo sembrava non sentirlo neanche.
Ray rimase fermo con la portiera aperta, seguendo la scena in silenzio. E finalmente, poco prima che l'avvocato potesse salire, Mike fece un ultimo sforzo e gli afferrò un polso. “Harvey, ti prego...”
Il resto delle parole rimase nella gola del ragazzo, mentre Harvey si voltava verso di lui, trattenute da quello sguardo carico di... disprezzo.
“Cosa vuoi, Mike? Non hai già provocato abbastanza danni? Vuoi farmi perdere il posto, eh?” chiese senza gridare, senza neanche alzare la voce di un semitono. Non serviva, il tono che stava usando stava ferendo il ragazzo più di un pugno in pieno volto. “Sappi che il mio lavoro, quello per il quale ho lottato per anni, è più importante di tutto, perfino di te. Soprattutto di te. Pensavo di aver assunto un ragazzo con delle qualità, invece mi ritrovo con un ragazzino inutile e dannoso. Avrei dovuto capire subito che eri solo un grosso sbaglio. E ora vattene via e fatti rivedere da queste parti solo quando te lo dirò io!”
Senza aggiungere altro, salì in auto e lasciò che Ray chiudesse lo sportello. Mike era fermo immobile sul marciapiede e solo l'autista gli rivolse un sorriso, l'unico in tutta la giornata. “Gli passerà” sussurrò, salendo al posto di guida.

*****

Ragazzino... stupido... bambino balbettante... idiota... inetto... inutile...
Gli era bastato un giorno di lavoro per perdere quel poco di fiducia in se stesso che era riuscito a guadagnare in quei mesi alla Pearson Hardman.
E adesso, mentre pedalava stancamente verso casa, ogni singola parola gli rimbombava nella testa. Una voce, poi, urlava più forte delle altre: quella di Harvey. Lo aveva definito inutile, un errore; aveva detto che il suo lavoro era più importante di lui. Soprattutto di lui.
Mike non aveva mai sperato di poter diventare l'uomo della vita di Harvey, ma nel cuore aveva cullato l'illusione di essere almeno un po' amato. Invece... invece era solo un'illusione che era svanita non appena aveva mostrato a tutti quanto fosse incapace.
Pensò per un attimo di andare da Trevor a comprare un po' di fumo, in modo da stordirsi e da non pensare più a niente. Ma aveva promesso ad Harvey di non farlo più e, anche se ormai non c'era più niente tra lui e il suo capo (ex-capo, forse?), non se la sentiva di tradire ulteriormente la sua fiducia. Ammesso che ce ne fosse ancora.
E poi non era di Trevor che aveva bisogno, né di Jenny.
Forse sua nonna, ma a quell'ora non erano permesse visite e poi non voleva deludere la donna. In fondo era l'unica persona al mondo che gli volesse bene.
No, era meglio passare la serata a guardare film strappalacrime, mangiando gelato. Una soluzione che non risolveva niente, ma almeno non faceva male e poteva piangere liberamente.
Girò in una strada deserta che di solito non percorreva mai ed entrò in un piccolo discount, aperto tutta la notte. Voleva solo comprare un po' di gelato e magari qualche cioccolata ipercalorica, però in fondo doveva aspettarsi che un giornata di merda avesse un finale all'altezza dell'inizio.
Lo comprese subito quando si trovò davanti la canna di una pistola.
“Non tentare di fare l'eroe” mormorò la voce del rapinatore mentre il suo compare svuotava la cassa.
Mike non era un eroe. Era un ragazzino inetto, stupido, ingenuo, debole e inutile, che giocava ad un gioco più grande di lui. Era però un essere umano e la prima reazione istintiva alla vista dell'arma da fuoco fu fare qualche passo indietro per paura. Non poteva sapere che il rapinatore era al suo primo crimine ed aveva ancora più paura di lui, tanto da reagire d'istinto premendo il grilletto.
Il resto fu un terribile dolore alla testa e l'impatto violento col pavimento, mentre lentamente qualcosa di caldo e appiccicoso scendeva sui suoi occhi. Non ebbe tempo di farsi domande o di mandare un ultimo pensiero alle persone che amavo. Non poté neanche vedere la sua vita che gli scorreva davanti perché d'improvviso tutto divenne buio e silenzioso.

Continua...
 
 
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