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30 September 2011 @ 09:38 pm
Fan Fiction - Harvey/Mike ("Bad Day" - Capitolo 3)  
Titolo: Bad Day
Fandom: “Suits”
Conteggio parole: 2421
Stagione: Prima stagione
Rating: PG13 in questo capitolo
Personaggi: Mike, Harvey, Donna, Louis, Jessica, Rachel, Jenny, Trevor, Nonna Ross, Kyle, Ray, Harold. E con la partecipazione straordinaria di Balthazar da “Supernatural”
Pairing: Harvey/Mike (relazione stabilita) e Balthazar/Donna, accenni a Mike/Jenny, Mike/Rachel e Trevor/Mike
Warning: slash
Disclaimer: I personaggi – ahimé – non mi appartengono.
Note: Scritta per bingo_italia (Ossa)
È vero, provo un piacere perverso nel far male a Mike: saranno gli occhi da cucciolo, non so, però giuro che finirà tutto bene.
Per quando riguarda Balthazar, si trova qui in un ruolo diverso rispetto a “Supernatural”, ma mi piaceva vederlo in questo ambito. Quindi l'ho resuscitato e l'ho messo qui: se Kripke può farlo, perché io no? :P
Si ringraziano i REM per aver fornito – a loro insaputa – il titolo.
Riassunto: Mike ha fatto uno sbaglio e tutti ce l'hanno con lui e lo trattano male. E se quelli fossero gli ultimi momenti che passano col ragazzo?

D'ora in poi la fiction sarà scritta in maniera alternata: i due “mondi” si distinguono per lo stile (normale o corsivo).

Capitolo 1 - Strada deserta
Capitolo 2 – Senso di colpa



Mike se ne stava fermo al centro di quella stanza da bambini. Era colorata tutta di blu, in varie sfumature che andavano dall'azzurro più chiaro al blu scuro. Vicino a lui, seduto sul pavimento, se ne stava un bambino di otto anni, con i capelli biondi spettinati e gli occhi azzurro cielo. Stava leggendo un libro e non prestava la minima attenzione ai due uomini presenti.
“Non può vederci” mormorò Balthazar, osservando quel piccoletto, immerso nella lettura. Teneva la fronte aggrottata e dalle labbra si poteva veder spuntare la punta della lingua. “Eri veramente un bimbo studioso!” constatò, spostando lo sguardo sulla versione adulta del bambino.
Mike non riusciva a parlare, le parole gli si erano fermate in gola. In lontananza, come da un altro mondo, provenivano le voci dei suoi genitori: stavano urlando al piano di sotto, un altro dei loro litigi.
“Non mi sembrano proprio la coppietta felice” constatò l'angelo, sedendosi sul bordo del letto.
Finalmente Mike si riebbe, quel tanto che bastava per trovare le parole. “No, non lo erano. Ma a me piaceva ricordarli così, felici e innamorati. Mi piaceva pensare che, se fossero vissuti abbastanza, avrebbero appianato i loro problemi.”
“E quali erano i problemi?”
Mike sospirò e si sedette sul pavimento, tentato di accarezzare i capelli della sua versione piccola. “Tanti... i soldi, il lavoro, i presunti tradimenti del mio papà... e io, naturalmente.”
“Tu?” Balthazar non finse neanche stupore. Lui la storia la sapeva tutta, ma doveva essere Mike a parlare, altrimenti quel viaggio non sarebbe servito a niente.
“Sì... il mio papà non era molto fiero di me, per usare un eufemismo.”
“Lo avevi deluso?”
Mike annuì, con un altro sospiro che scosse i capelli del bambino che subito alzò lo sguardo perplesso. Tutto però era al suo posto e pochi secondi dopo era tornato a leggere.
“Il mio papà aveva sempre desiderato un figlio maschio, uno con cui giocare a baseball o a football. Sai, lui era un campione ma aveva dovuto smettere per un brutto incidente che gli aveva rovinato un ginocchio. Così, quando nacqui, lui era al settimo cielo... almeno fino a quando non fu chiaro che non ero il figlio che si aspettava.”
Il ragazzo si alzò in piedi e andò a sedersi accanto a Balthazar. Rimase a lungo in silenzio, sfogliando uno dei libri sul comodino: era uno di quelli che la sua mamma gli leggeva sempre prima che lui si addormentasse, una raccolta di favole europee. Ricordava ancora la sua paura quando comparivano streghe o orchi che mangiavano i bambini.
L'angelo non chiedeva, lui non aveva fretta e doveva dare i suoi tempi a Mike. Infatti, così come si era zittito, il ragazzo ricominciò a parlare. “Io sono sempre stato una frana nelle attività fisiche. Cado spesso sbucciandomi le ginocchia e i gomiti, non sono coordinato e le palle le prendo più facilmente con la faccia che con le mani. Mio padre ci provò per mesi a farmi diventare un piccolo campione, almeno fino a quando non mi ruppi così tante ossa da passare più tempo al pronto soccorso che in casa. L'unica cosa che mi interessava davvero era leggere. Mamma cercò di fargli capire che non tutti i maschi possono essere uguali e papà sembrò accettarlo... ma pian piano le cose andarono peggiorando tra loro, anche per colpa mia. Lui se ne stava spesso fuori casa e mamma pensava che avesse altre donne. A me ovviamente non diceva niente, ma io li sentivo litigare a volte e... insomma, mi ricordo tutto.” E si diede dei colpetti in testa per chiarire il concetto.
Balthazar riportò lo sguardo sul bambino. “Per questo eri così concentrato... non volevi sentire.”
“Autodifesa” rispose Mike, facendo spallucce. “E poi quei discorsi ormai li sapevo a memoria.”
“Vuoi sapere se tuo padre tradiva davvero tua madre?”
Il ragazzo scosse la testa, senza neanche pensarci. “E a che servirebbe adesso? Non posso certo andare a litigare con lui. No, il suo segreto è morto con lui e io preferisco pensare a loro come a due persone felici e innamorate.”
Balthazar non disse altro per qualche minuto; l'unico suono nella stanza era quello delle pagine sfogliate, accompagnato dalle voci stridule e arrabbiate che provenivano dal piano di sotto.
“Mancano ancora due anni...” sussurrò e Mike sussultò.
“Sì... avevo dieci anni quando successe...” mormorò.
“Andiamo.”
Mike lo guardò allucinato. “No, non voglio rivivere quel momento. Ti prego.”
“Devi affrontare i tuoi demoni, Mickey. Prima che loro ti facciano troppo male.”
E il ragazzo dovette prendere la mano dell'angelo e stringerla forte mentre insieme a lui tornava a quel giorno di pioggia in cui la sua vita si spezzò.


Harvey non aveva mai visto Donna piangere. Almeno non sul serio. La sua segretaria usava l'arma delle lacrime finte per qualsiasi cosa, ma quelle che le scendevano sulle guance mentre stringeva la mano di Mike erano vere e, per questo, ben difficili da sopportare.
“Piccolo, mi dispiace così tanto” singhiozzava, posando un bacio delicato sul palmo della mano del ragazzo.
L'avvocato distolse lo sguardo e lo concentrò su Mike, addormentato in quel letto che sembrava così grande, tanto da inghiottirlo. Si tenne forte alle sbarre e prese un profondo respiro, studiando la pelle così bianca da apparire quasi traslucida.
Quello non era il suo Mike.
Il suo Mike aveva la pelle delicata, ma quando lo stringeva tra le braccia, quando affondava le dita nei suoi fianchi durante l'amplesso, diventava di un bel rosso acceso, così come la sua faccia che si imporporava per il piacere.
Le labbra del ragazzo in coma erano secche e inesistenti.
Il suo Mike invece aveva due labbra morbide e dolci che Harvey amava mordere e succhiare quando lo baciava. Aveva una bocca calda e una lingua vellutata quando accoglieva tra le sue labbra il suo sesso duro.
Le mani del presunto Mike se ne stavano appoggiate sulla coperta, prive di ogni segno vitale.
Le mani del suo Mike, invece, non stavano mai ferme, neanche quando il ragazzo dormiva. Quante volte Harvey si era svegliato col suo amante addosso, attaccato stretto a lui come un koala all'albero.
No, quello non era il suo Mike.
“Harvey?” La voce di Donna lo riscosse dai suoi pensieri. “Vieni a sederti qui, accanto a lui” mormorò, facendo per alzarsi.
Harvey scosse la testa e la respinse indietro delicatamente. “No, resta. Io devo tornare in ufficio. Ho... del lavoro da sbrigare.”
Donna sgranò gli occhi e spalancò la bocca, sconvolta. “Ma, Harvey! Mike è in coma, come puoi lasciarlo solo?”
“Non è solo, è con te. Io... non ce la faccio, devo fare in modo che sia tutto pronto per quando lui tornerà. Stai con lui, ok? E chiamami, se succede qualcosa.”
La segretaria non riuscì a fermarlo, il suo capo era già fuori dalla porta e si avviava a grandi passi verso l'uscita, passando davanti ad un esterrefatto Ray.
Loro non capivano, lui non poteva stare lì, accanto a quel ragazzo che non era Mike. Mike sarebbe tornato presto da lui, non lo avrebbe lasciato solo.
“Scappa, signor Specter?” chiese una voce dietro di lui mentre Harvey si sbracciava per chiamare un taxi.
L'avvocato si voltò e incontrò gli occhi chiari e attenti del dottor Balthazar. “Io non scappo. Mai.”
“Davvero? E allora cosa sta facendo? Se ne va a lavorare, convinto che tutto si risolverà per il meglio?” Balthazar si avvicinò a lui, camminando con le mani nelle tasche del camice. “Oppure non è in grado di sopportare il suo senso di colpa? In effetti è una grande rottura di coglioni stare sempre ad ascoltare quella vocina che ti fa sentire una merda. D'altronde non è mica stata colpa sua se Mike si è preso una pallottola in testa, no?”
Harvey socchiuse gli occhi e tentò di sorridere, malgrado dentro di lui si fosse scatenato l'inferno. “E lei cosa ne sa? Sa leggere nella mente?”
“Mi diletto ogni tanto” rispose il dottore con un'alzata di spalle. “Nah, dia retta a me, sta facendo la cosa giusta. In fondo Mike Ross le ha solo scaldato il letto. Morto lui, ne potrà trovare un altro, magari più sveglio. Non stia a sentire quella voce che continua a dirle che Mike morirà senza sapere che lei lo ama come mai ha amato qualcuno nella sua vita. Morirà pensando che lei non voleva più vederlo e lo considerava... com'è che lo aveva chiamato? Inutile? Meno importante della sua carriera? Ripeto, si goda la vita. In fondo, chi muore giace e chi è vivo si dà pace, no?”
Harvey era senza parole e stava per rispondere per le rime al dottore, quando il taxi annunciò la sua presenza con un colpo di clacson. Il tempo di distarsi e, quando riportò lo sguardo dove prima, Balthazar non c'era più.

Mike lasciò che l'acqua lo bagnasse senza muovere un muscolo. Era fermo con Balthazar sul ciglio di quella strada male illuminata e aspettava.
Sapeva quello che stava per accadere prima ancora che l'auto di suo padre apparisse sul fondo della strada. Dentro c'erano tutti e tre: i suoi genitori davanti e lui sul sedile dietro, che fingeva di dormire. Non voleva sentirli mentre da una banale discussione sulla strada sbagliata – suo padre si considerava troppo uomo per leggere le cartine stradali – avevano finito per litigare su di lui.
La solita storia.
“Mark, come puoi trattarlo così? È un ragazzo d'oro! Porta sempre degli ottimi voti, è il migliore della sua scuola e l'altro giorno ha vinto il primo premio al concorso di scienze!” esclamava sua madre, tentando di tenere la voce bassa per non svegliarlo.
“Sì, è bravissimo! E intanto ieri è tornato a casa in lacrime perché due bambini gli avevano rubato i soldi per il pranzo!” rispose l'uomo, senza invece farsi tanti problemi. “Nicole, nostro figlio è uno sfigato, un perdente! Quando aprirai gli occhi? Non ha le palle per difendersi!”
“Mark, ha solo dieci anni!”
L'uomo scosse la testa, Mike lo ricordava come se fosse adesso. Non poteva vederlo, stava fuori, vicino al guardrail, ma quella scena gli sarebbe ripassata davanti agli occhi per tutti gli anni a venire.
“Nicole, se ci dovesse succedere qualcosa... cosa ne sarà di lui?” chiese subito dopo, con un tono più mite, quasi dolente.
La donna, stavolta, non si era arrabbiata. Sembrava anzi stupita che il marito avesse avuto un pensiero così profondo. “Cosa dici? Noi siamo giovani e lui è solo un bambino. Non pensiamo adesso a queste cose. Lui... lui muore dalla voglia di sapere che è importante per te. Che sei orgoglioso di lui. Perché tu lo sei, vero? Sei orgoglioso di lui?”
Un silenzio pesante cadde nell'abitacolo, mentre l'auto continuava per la sua strada, a velocità troppo sostenuta per quel tempo. Il piccolo Mike tratteneva il respiro, raggomitolato sul sedile posteriore col viso rivolto verso di loro e gli occhi socchiusi. Aspettava quelle parole, le aveva aspettate così a lungo... e le avrebbe attese per il resto della sua vita.
Perché quelle parole non arrivarono mai.
Fu sua madre a rompere il silenzio. “MARK, ATTENTO!” strillò mentre una luce improvvisa illuminava l'auto. Mike ricordava il rumore dei freni sull'asfalto bagnato, lo schianto violento mentre la macchina si scontrava frontalmente con quel camion sbucato dal nulla, le urla dei suoi genitori prima che il bambino rotolasse tra i due sedili e perdesse conoscenza.
Non seppe quanto tempo passò prima che riprendesse i sensi. Quando riaprì gli occhi, si trovava tra le braccia di uno sconosciuto che lo stava estraendo con attenzione dalle lamiere dell'auto.
“Non guardare, piccolo...” mormorò con voce dolce.
Troppo tardi. La prima cosa che Mike aveva visto era stato il corpo di sua madre, adagiato sulla barella. I capelli biondi come i suoi erano sporchi di rosso e gli occhi verdi erano fissi al cielo. Mike ricordava di aver pensato che, se non li chiudeva, rischiava di restare accecata dalla pioggia. Per fortuna qualcuno la coprì con una coperta prima di portarla via.
Mike fu affidato ad una donna vestita di bianco che gli sorrise con dolcezza. “Tua nonna sta arrivando” mormorò.
“Come fate a conoscere mia nonna?” chiese il bambino, fissando i suoi occhioni blu sulla sconosciuta. “Dove sono la mia mamma e il mio papà?”
La donna sospirò e passò la mano tra i capelli umidi del piccolo. “Non preoccuparti, andrà tutto bene.”
No, non sarebbe andato tutto bene. Sapeva quello che era accaduto ai suoi genitori ma pensava che, se nessuno lo avesse detto ad alta voce, allora non sarebbe stato vero. Era un bambino, in fondo, non gli si poteva chiedere di accettare le tragedie senza farsi domande.
Passò un'ora in attesa, osservando i poliziotti che si davano da fare per liberare la strada. Gli infermieri gli avevano medicato una piccola ferita alla testa e gli avevano dato un lecca lecca di quelli grandi: a lui non piaceva ma per far loro piacere ogni tanto gli dava qualche leccata. Gli avevano anche messo una coperta sulle spalle perché, dicevano, era in stato di shock. Mike non ne era così sicuro, ma non gli interessava più di tanto. Lui voleva solo andare a casa.
Ricordava bene il camionista che gli si era avvicinato in lacrime, chiedendogli scusa per quello che aveva fatto. Mike non era riuscito a dirgli niente, non sapeva di chi fosse la colpa dell'incidente. Era rimasto immobile a guardarlo, stringendosi addosso la coperta, e aveva aspettato.
Finalmente sua nonna era arrivata e lo aveva stretto tra le braccia, prima di prenderlo per mano e portarlo a casa. Il dottore le disse che il colpo alla testa non era grave, per fortuna, ma non poteva garantire sulla sua salute psichica. Mike aveva stretto la mano della nonna e l'aveva guardata negli occhi, i suoi stessi occhi blu cielo, come quelli del suo papà.
“Andrà tutto bene, Mickey” aveva mormorato la donna.
“Nonna... papà era orgoglioso di me?”
La donna sussultò a quella domanda e mise su un sorriso forzato, sconvolta che il bambino parlasse già di suo padre al passato. “Certo, piccolo. Lui era orgoglioso di te, come tutti noi.”
Il Mike del presente scosse la testa e sorrise amaramente. “Me lo ha ripetuto per anni” mormorò a Balthazar che se ne stava di fianco a lui, in silenzio. “Fino a che non ha ammesso che il mio papà non lo aveva mai detto. Non lo saprò mai e no, non voglio che tu mi riporti indietro nel tempo. Non voglio chiederlo a lui, preferisco ignorare piuttosto che soffrire per un no.” L'angelo si morse il labbro e annuì.
“Adesso anche tu leggi nel pensiero” ironizzò, facendo sorridere sul serio Mike.
Il bambino invece si bevve le parole della nonna con tutta la voglia di crederci.
“Andiamo via” mormorò, stringendosi a lei.
“Andiamo via” gli fece eco la sua versione adulta, voltandosi a guardare l'angelo. Balthazar annuì, mettendogli una mano sulla spalla.
“Da qui tutto è cominciato” sussurrò e Mike annuì.
“Sì, questo è stato l'inizio di tutto. E so chi ci sta aspettando adesso” disse, chiudendo gli occhi. “Trevor.”


Continua...
 
 
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